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Il dogma imperiale del libero scambio
Sovranità limitata «Il mito del mercato globale» di Giulio Palermo. Una ricognizione storica del pensiero economico per contestare
la «scientificità» del neoliberismo
ANDREA FUMAGALLI
La disputa tra capacità di autoregolazione del libero mercato capitalistico e necessità di un intervento sovraindividuale (e quindi, istituzionale) per correggere le storture e le iniquità prodotte dal «libero» scambio è stata sempre al centro del dibattito economico-politico negli ultimi duecento anni, da Adam Smith in poi. Tale dibattito ha avuto alterne vicende a seconda delle caratteristiche del processo di accumulazione e del paradigma sociale di volta in volta dominante. Dal punto di vista sociologico, giuridico e delle scienze politiche, si tratta di una problematica che non ha mai visto un vero e proprio vincitore. Anche negli ultimi anni di neo-liberismo imperante, un approccio delle scienze sociali che abbia perorato la totale deregolamentazione e la scomparsa di qualsiasi istituzione giuridico-politica che non fosse riconducibile alla libera iniziativa individuale non è mai diventata totalmente egemone. Nel campo delle scienze economiche, ed in particolare dell'economia politica, invece, l'idea della supremazia del libero scambio è diventata e lo è tuttora completamente egemone, al punto di poter parlare di «mito» o meglio «metafisica» del mercato. Perché nel campo economico, l'imperativo del libero scambio individuale è talmente forte da impregnare qualsiasi analisi economica, sia essa di destra o di sinistra?
A questa domanda cerca di rispondere il libro di Giulio Palermo Il mito del mercato globale (manifestolibri, pp. 215, 18). Palermo affronta la questione nel modo migliore, analizzando le premesse metodologiche che stanno alla base al paradigma teorico dell'equilibrio economico generale, la madre di tutte le teorie liberiste passate e presenti. In particolare, viene discussa la supposta «scientificità» della scienza economica così come è andata delineandosi dopo la svolta impresa da Walras, da Jevons e da Menger a partire dal 1870. E' in questo periodo che si affermano due scuole di pensiero fortemente inspirate all'analisi del comportamento individuale e ai principi liberisti (libertà d'azione individuale): la scuola neoclassica e la scuola austriaca. Secondo Schumpeter, le due scuole, pur nelle divergenze, si accomunano per l'idea che tutte le proposizioni economiche debbano essere costruite a partire da postulati riguardanti le regole di comportamento individuali (individualismo metodologico), il che priva di ogni contenzioso scientifico tutti i concetti di natura sociale (come ad esempio le classi sociali), concetti che costituivano invece le fondamenta metodologiche della scuola classica e marxiana. Da ciò consegue la proposta di una teoria soggettiva del valore (basata sul concetto di scarsità e di utilità individuale) come alternativa radicale alla teoria oggettiva del valore (fondata sul lavoro) degli economisti classici e di Marx.
Con Robbins e Pareto nella prima metà del XX secolo, si dimostra, sul piano del metodo che l'economia politica è una scienza metastorica, non più sociale, che studia in modo tecnico e rigoroso (con l'ausilio della logica formale a scapito di quella argomentativa) l'«allocazione (ovvero lo scambio) ottimale (ipotesi di razionalità comportamentale massimizzante) di risorse scarse (la scarsità come principio di valore) date a priori (ipotesi di offerta e tecnologia data)». In tale contesto, la scienza economica studia non l'accumulazione (questa dipenderà dalle tecniche e dalle conoscenze scientifiche, considerate esogene, «dettate da Dio, dagli scienziati e dagli ingegneri, ma non dagli imprenditori», come ironicamente scriverà Joan Robinson) ma solo le regole del libero scambio. La matematica e le sue technicalities diventeranno il verbo della divulgazione e solo chi si sarà impadronito di tali tecniche e avrà dimestichezza e più fantasia «nell'impossibile impresa di tradurre concetti `antropomorfici' in concetti `aritmomorfici'» (come scriverà Georgescu-Roegen negli anni `70, mettendo alla berlina la presunta scientificità dell'economia neoclassica) potrà entrare a far parte dell'accademia economica internazionale.
Pareto dimostrerà, sulla base di queste premesse e sotto un numero alquanto stringente di ipotesi che renderanno il modello economico del tutto irrealistico, che l'interazione degli scambi fra individui che massimizzano la propria utilità e preferenze assicurerà un equilibrio di mercato che sarà il migliore degli equilibri possibili
Ecco allora i fondamenti del liberismo, ancora oggi imperanti e intoccabili: a) il mercato è razionale secondo la logica dell'allocazione ottimale delle risorse; b) il mercato è efficiente, data la distribuzione delle risorse; c) il mercato è desiderabile per tutti; d) il mercato è necessario al soddisfacimento dei bisogni degli individui secondo le loro preferenze.
Nonostante che negli ultimi 50 anni, riducendo il numero delle ipotesi per rendere il modello teorico più vicino alla realtà concreta, si sia dimostrato, sempre con la logica matematico-formale, che quasi mai sia possibile raggiungere il migliore equilibrio possibile, e che, di conseguenza, diventi necessario un intervento normativo che regoli e «aiuti» il mercato tramite interventi istituzionali di «pianificazione», i quattro punti precedentemente citati non hanno mai perso di validità.
La ragione sta nel fatto che né le premesse metodologiche né le ipotesi fondamentali sul comportamento individuale sono mai state messe in discussione. Anzi, come giustamente fa notare Palermo, anche gli economisti critici sono stati sedotti dalla perfezione formale della costruzione metodologica neoclassica. E' questo, ad esempio, il caso della maggior parte della tradizione keynesiana, che rinnegando il maestro, hanno di fatto aderito allo schema di equilibrio economico generale, oppure della scuola dei costi di transazione o neoistituzionalista, che giustifica l'esistenza di organizzazioni sovraindividuali quali lo stato e l'impresa come elementi di complemento subordinati all'unica vera organizzazione economica che è il mercato. Più recentemente, anche il tema delle relazioni di potere è stato analizzato all'interno del contesto dell'individualismo metodologico, cercando di costruire un improbabile ponte tra analisi del libero scambio e teoria marxista delle gerarchie economiche. E' questo, ad esempio, i caso dei contributi della scuola radical statunitense, impersonificata da S. Bowles e R. Gintis.
Il punto nodale, però, è proprio questo: lungi dall'essere il luogo delle pari opportunità, dell'efficienza, della desiderabilità, della libertà di agire senza alcuna discriminazione a priori, il mercato appare oggi sempre più la ridefinizione continua delle gerarchie economiche e quindi delle forme di potere che si esercitano tra i fattori della produzione (come aggregato) e tra i singoli. Negare l'esistenza del potere economico e della conseguente sopraffazione («lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo») è essenziale per la stessa sopravvivenza dello stesso potere. Ben venga dunque qualunque contributo - come quello di Palermo - che aiuti a stracciare il velo di ipocrisia teorica e di controllo sociale che sta sotto il mito del «libero» mercato globale.
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