


Benedetto Vecchi
La lettera aperta di Giulio Palermo ai ricercatori precari
dell'università italiana non poteva che suscitare polemiche (il
manifesto, 12 dicembre. Molti hanno respinto al mittente le accuse
verso la presunta complicità di borsisti, dottorandi, assegnisti nei
confronti del potere baronale. Da Jusef Hassoun a Marco Di Branco, da
Gennaro Carotenuto a Iacopo Zetti, da Carlotta De Filippo a David
Lognoli, tutti hanno contestato punto su punto le argomentazioni di
Giulio Palermo. Il quale sosteneva una tesi volutamente provocatoria.
Da un lato, contestava il fatto che la «qualifica» di ricercatore
precario è sbagliata, visto che si è ricercatori solo dopo aver svolto
un concorso. Dall'altro sottolineava come molti degli uomini e delle
donne che svolgono attività di ricerca nelle università sono complici
del regime di cooptazione vigente negli atenei italiani.
Tutte le lettere inviate al manifesto ribadiscono, a ragione, il fatto
che senza i ricercatori precari l'università italiana sarebbe al
collasso. Non solo perché svolgono attività di ricerca in un «ambiente»
dove la riduzione dei finanziamenti è una costante da oltre un
ventennio, indipendentemente se chi siede a palazzo Chigi sia
espressione di una colazione elettorale di centrosinistra o di
centrodestra. Non solo perché fanno attività gratuita di tutor verso
gli studenti. Non solo perché svolgono esami, anche se non è di loro
competenza. Ma soprattutto perché, con passione, puntano a produrre e
far circolare conoscenza, mentre gli «strutturati» - i docenti e i
rettori - hanno un atteggiamento proprietario nei confronti dei corsi
di laurea o degli atenei che dirigono. In altri termini puntano a
salvaguardare un «bene comune» (l'università pubblica) che il potere
politico considera sempre più un costo da rimuovere dal bilancio
statale al di là della ribadita, e sempre disattesa, fedeltà al pur
timido programma di Lisbona, dove i paesi membri dell'Unione europea
avevano solennemente preso l'impegno di aumentare i finanziamenti per
la ricerca scientifica e per le formazione.
L'aspetto più controverso dell'intervento di Giulio Palermo non è
tuttavia la definizione di ricercatore. Il nodo da sciogliere è il
rapporto tra ricercatori e docenti. Storicamente, in Italia, è stato
sempre un rapporto servile, che è stato messo sotto accusa dal
Movimento studentesco del Sessantotto e dal movimento del
Settantasette, che vedeva come protagonisti sia gli studenti che i
precari dell'università di quel periodo. Da allora ogni intervento
legislativo è stato sempre burocraticamente presentato come una
modernizzazione dell'università che puntava, tra le altre cose, a
spezzare il perverso doppio legame tra ricercatori e docenti. Cosa che
non è mai accaduta.
Va però riconosciuto alle diverse organizzazione di lavoratori precari
della conoscenza dell'università di aver messo, negli ultimi anni,
l'accento sul carattere strutturale della precarietà nella vita degli
atenei. E di come la precarietà funzioni come una costante arma di
ricatto nelle mani del «potere baronale». Inoltre, va anche ricordato
che le speranze che avevano accompagnato il cambio di governo sono
state bruciate nell'arco di una finanziaria, quando si è capito che non
c'era nessuna inversione di tendenza da parte dell'esecutivo. La
contrazione dei fondi per la ricerca e l'università ha infatti
continuato a orientare la scelta dell'attuale governo di
centrosinistra. Mentre sulla regolarizzazione dei precari ci si è persi
nel labirinto delle cifre dei precari da mettere in ruolo o nel più
oscuro tecnicismo. Tutto questo quando accade che mancano i fondi non
solo per acquistare macchinari o strumenti di ricerca, ma anche la
carta igienica. Mentre l'accesso alle funzioni di docenza e di ricerca
nell'università non segue solo logiche di classe o di ceto, ma segue i
sentieri del nepotismo o del clan.
Il
vero nodo da sciogliere è dunque quello della precarietà e del suo
superamento come condizione di subalternità. Ogni possibile soluzione
deve quindi passare non solo sulla presa di parola dei ricercatori, ma
sulla loro autonomia dai centri di potere dell'università. Uno dei
lettori ha scritto, a ragione, che andrebbe sviluppata e salvaguardata
una soggettività politica autonoma dei ricercatori. Una soggettività
autonoma, si potrebbe aggiungere, che punti a stabilire un'alleanza con
gli studenti per aumentare i finanziamenti destinati alla ricerca.
Perché da far saltare nell'università non è solo il rapporto servile
tra ricercatori e potere baronale. Obiettivi dei ricercatori precari, e
degli studenti, è anche l'accesso al sapere come diritto universale, la
trasformazione e la riqualificazione dei piani di studio, anche
autogestendo seminari, mettendo così in crisi quella tendenziale
trasformazione dell'università in una fabbrica di forza-lavoro che ha
introietta la precarietà come condizione permanente della sua presenza
nel mercato del lavoro. E dato che da qui a pochi giorni cominceranno i
de profundis del Sessantotto va pragmaticamente ribadito che essere
realisti vuol dire chiedere l'impossbile.
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