il manifesto
22 Dicembre 2007
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LETTERE

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Sinistra-mosaico raccontata
Io c'ero agli Stati generali. La domenica, giorno da dedicare all'ottimismo della volontà. Non ero solo, ci ho trovato anche l'amico, collega e compagno Carlo Lania. Insomma, due redattori del manifesto. Poi, da cronista, ho anche raccolto e pubblicato la prima uscita pubblica - di merito e assai critica - del nuovo presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza. Riguardava la stupefacente storia italiana dei rifiuti di Bagnoli, il più grande trasloco coatto di scorie e fanghi industriali contaminati da una parte all'altra della penisola. Nessun media nazionale l'ha presa in considerazione. L'hanno fatto due cronache locali in Toscana, altrettante in Campania. Il perché lo chiedo a Massimo Serafini, che a ferragosto credo mi abbia aiutato a far uscire sulle pagine nazionali del manifesto, dopo una quindicina fra interventi e servizi nella pagina toscana, il primo articolo sui rifiuti di Bagnoli. Che sembrano essere un tabù per i media. Per tanti motivi, sui quali non mancherà il tempo di indagare e raccontare i fatti ai lettori del manifesto. In quanto agli Stati generali, non potevo non esserci: a Firenze da quasi due anni, e inizialmente con non poca fatica, sta prendendo forma la prima esperienza di lavoro unitario e plurale fra singoli e gruppi della sinistra. Alcuni istituzionali, altri di base. Ora è diventata l'Associazione per una sinistra unita e plurale. Plurale come la sinistra italiana, rappresentata sia a Roma agli Stati generali che a Vicenza il sabato seguente. Dove non appena arrivato, da manifestante, ho sentito denunciare al megafono da un piccolo spezzone del corteo la deriva governista del senatore Franco Turigliatto. E' fantastica la sinistra italiana, in (quasi) tutte le sue molteplici e spesso internamente conflittuali azioni politiche. Una sinistra-mosaico, perfettamente fotografata in questi ultimi anni nelle pagine del manifesto. Un quotidiano democratico. Anche comunista.
Riccardo Chiari

Un articolo fuoriluogo
Come precario dell'università e persona di sinistra mi sento profondamente offeso dall'articolo sui ricercatori precari firmato da Giulio Palermo (il manifesto del 12 dicembre, ndr). Per chi paga col proprio decennale precariato la non cooptazione e la non appartenenza a logiche di potere baronale, un articolo di tale forma proprio in un momento in cui nella finanziaria si discuteva sulla stabilizzazione del personale precario (per cui tutti noi abbiamo chiesto a gran voce delle prove selettive basate sulla «stabilizzazione del merito» e non una ope legis), ha lo stesso effetto di una pugnalata alle spalle da un amico. Giulio Palermo sembra non accorgersi del fatto che più della metà dei corsi universitari sono gestiti da docenti precari, portatori d'acqua, invisibili per chiunque ma senza i quali l'università si fermerebbe domattina. Passi che lo stesso Mussi definisca i docenti a contratto «professionisti da biglietto da visita» ma che persino il manifesto si schieri sulle stesse posizioni è indice del fatto che oramai la sinistra è rimasta solo un ideale romantico. Se rifiutare la cooptazione significa uscire dall'università mi chiedo cosa ci stia a fare Giulio Palermo e come sia diventato strutturato. L'articolo di per sé non meriterebbe d'esser commentato ma non può passare il suo esser presente nelle pagine del manifesto. Mi dispiace ma da domani non sarò più un vostro lettore.
Stefano Follesa

Gerarchica e autoritaria
Al di là dei toni provocatori dell'intervento, penso che le questioni sollevate dall'autore - il problema dell'acquiescenza ideologica e pratica ai poteri costituiti e della mancanza di autonomia - riguardino i ricercatori precari così come riguardano i ricercatori di ruolo e i professori associati. Riguarda il funzionamento dell'università italiana nel suo insieme, un'istituzione profondamente gerarchica e autoritaria, che nega autonomia e capacità di iniziativa indipendente (scientifica e politica) a chiunque si trovi al di sotto del livello di professore ordinario. Il problema non è la cooptazione, come segnalato dall'autore. La cooptazione è il metodo preferito dagli accademici di tutto il mondo per promuovere la carriera di ricercatori e docenti. Il problema è la negazione di autonomia e di una soggettività indipendente ai ricercatori, precari o di ruolo che siano, ma anche agli associati come detto sopra. Questa situazione deriva dal fatto che l'università italiana non ha saputo ancora adeguarsi agli standard internazionali di valorizzazione della ricerca e alle relative modalità istituzionali di funzionamento. Cordiali saluti.
Ugo Rossi

All'estero c'è mobilità
Rispondo d'istinto alle considerazioni di Giulio Palermo riguardo alla condizione/definizione di ricercatori in Italia. Premetto che scrivo dall'estero e quanto dirò in seguito è frutto anche di un'esperienza diversa da quella italiana. All'estero la mobilità è una regola del mondo accademico. I ricercatori sono invitati a cambiare ambiente, colleghi e temi di ricerca dopo qualche anno. Questo permette esperienze diversificate e maggiori competenze oltre a ostacolare meccanismi clientelari. Il sistema è basato un po' ovunque sulla mobilità dei ricercatori e quindi ha sempre un'offerta disponibile. Questo è possibile anche grazie alla quantità di denaro investito nella ricerca a cui le imprese (i maggiori approfittatori dei risultati scientifici e tecnologici) partecipano massicciamente, e ciò ha una ricaduta sull'economia che trae vantaggio dalla sinergia con la ricerca. E' questo circolo virtuoso che manca in Italia e le responsabilità della politica sono solo marginali in mancanza di una spinta da parte delle imprese, che come dimostrano le cronache degli ultimi giorni, mirano a fare profitti risparmiando su sicurezza e costo del lavoro. Ritornando alle lamentele dei ricercatori italiani, mi sembra che la richiesta non sia sempre quella di una migliore qualità della ricerca ma quella di una stabilizzazione (fine della precarietà) nello stesso posto dove si sono laureati, hanno fatto il dottorato, hanno vinto una borsa e ora sono in fase di cooptazione, sempre nel caso il barone conceda questo privilegio. Si arriva così agli assurdi che all'università di Firenze i docenti (associati e ordinari) sono più dei tecnici e dei ricercatori da laboratorio. Le tasse degli studenti di quella università stanno lì a dimostrarlo. Nascita e morte (professionale) nello stesso posto sono una caratteristica tutta italiana! Come lo è la mancanza di un meccanismo che controlli la qualità di quello che si fa. Per quanto riguarda i concorsi, sono un'altra finta italiana. Che il concorso sia truccato non è il più grave dei mali perché un responsabile di un progetto credo che possa scegliersi chi vuole. Il problema è che dopo nessuno gli chiederà conto della sua scelta, nessuno andrà a testare la produttività dei suoi figli, delle amanti e dei pupilli (questa è la gerarchia) che nel frattempo ha assunto. E molti ricercatori italiani aspirano proprio a essere quei pupilli alimentando e ricreando il sistema. In molti casi (ma non in tutti) non hanno altra scelta. Nel caso che uno poi ce l'abbia fatta, allora le condizioni di lavoro, la qualità, lo stipendio allora possono davvero essere frustranti. Ma questa è una conseguenza anche di un diffuso disinteresse sociale riguardo alla conoscenza, a cui neanche tanti studenti in lotta sfuggono e che mi sembra che non sempre pretendano di studiare di più e meglio. Accettare la complessitá del problema sarebbe giá cominciare a risolverlo: scorciatoie non ce ne sono.
Felice Simeone

Lutto
Giovedì è morto Pierluigi Pedroni, papà della nostra collaboratrice Francesca. Un affettuoso abbraccio a Francesca e alla sua famiglia da parte di tutti noi del manifesto.


 
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