Sinistra-mosaico raccontata
Io
c'ero agli Stati generali. La domenica, giorno da dedicare
all'ottimismo della volontà. Non ero solo, ci ho trovato anche l'amico,
collega e compagno Carlo Lania. Insomma, due redattori del manifesto.
Poi, da cronista, ho anche raccolto e pubblicato la prima uscita
pubblica - di merito e assai critica - del nuovo presidente nazionale
di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza. Riguardava la stupefacente
storia italiana dei rifiuti di Bagnoli, il più grande trasloco coatto
di scorie e fanghi industriali contaminati da una parte all'altra della
penisola. Nessun media nazionale l'ha presa in considerazione. L'hanno
fatto due cronache locali in Toscana, altrettante in Campania. Il
perché lo chiedo a Massimo Serafini, che a ferragosto credo mi abbia
aiutato a far uscire sulle pagine nazionali del manifesto, dopo una
quindicina fra interventi e servizi nella pagina toscana, il primo
articolo sui rifiuti di Bagnoli. Che sembrano essere un tabù per i
media. Per tanti motivi, sui quali non mancherà il tempo di indagare e
raccontare i fatti ai lettori del manifesto. In quanto agli Stati
generali, non potevo non esserci: a Firenze da quasi due anni, e
inizialmente con non poca fatica, sta prendendo forma la prima
esperienza di lavoro unitario e plurale fra singoli e gruppi della
sinistra. Alcuni istituzionali, altri di base. Ora è diventata
l'Associazione per una sinistra unita e plurale. Plurale come la
sinistra italiana, rappresentata sia a Roma agli Stati generali che a
Vicenza il sabato seguente. Dove non appena arrivato, da manifestante,
ho sentito denunciare al megafono da un piccolo spezzone del corteo la
deriva governista del senatore Franco Turigliatto. E' fantastica la
sinistra italiana, in (quasi) tutte le sue molteplici e spesso
internamente conflittuali azioni politiche. Una sinistra-mosaico,
perfettamente fotografata in questi ultimi anni nelle pagine del
manifesto. Un quotidiano democratico. Anche comunista.
Riccardo Chiari
Un articolo fuoriluogo
Come
precario dell'università e persona di sinistra mi sento profondamente
offeso dall'articolo sui ricercatori precari firmato da Giulio Palermo
(il manifesto del 12 dicembre, ndr). Per chi paga col proprio decennale
precariato la non cooptazione e la non appartenenza a logiche di potere
baronale, un articolo di tale forma proprio in un momento in cui nella
finanziaria si discuteva sulla stabilizzazione del personale precario
(per cui tutti noi abbiamo chiesto a gran voce delle prove selettive
basate sulla «stabilizzazione del merito» e non una ope legis), ha lo
stesso effetto di una pugnalata alle spalle da un amico. Giulio Palermo
sembra non accorgersi del fatto che più della metà dei corsi
universitari sono gestiti da docenti precari, portatori d'acqua,
invisibili per chiunque ma senza i quali l'università si fermerebbe
domattina. Passi che lo stesso Mussi definisca i docenti a contratto
«professionisti da biglietto da visita» ma che persino il manifesto si
schieri sulle stesse posizioni è indice del fatto che oramai la
sinistra è rimasta solo un ideale romantico. Se rifiutare la
cooptazione significa uscire dall'università mi chiedo cosa ci stia a
fare Giulio Palermo e come sia diventato strutturato. L'articolo di per
sé non meriterebbe d'esser commentato ma non può passare il suo esser
presente nelle pagine del manifesto. Mi dispiace ma da domani non sarò
più un vostro lettore.
Stefano Follesa
Gerarchica e autoritaria
Al
di là dei toni provocatori dell'intervento, penso che le questioni
sollevate dall'autore - il problema dell'acquiescenza ideologica e
pratica ai poteri costituiti e della mancanza di autonomia - riguardino
i ricercatori precari così come riguardano i ricercatori di ruolo e i
professori associati. Riguarda il funzionamento dell'università
italiana nel suo insieme, un'istituzione profondamente gerarchica e
autoritaria, che nega autonomia e capacità di iniziativa indipendente
(scientifica e politica) a chiunque si trovi al di sotto del livello di
professore ordinario. Il problema non è la cooptazione, come segnalato
dall'autore. La cooptazione è il metodo preferito dagli accademici di
tutto il mondo per promuovere la carriera di ricercatori e docenti. Il
problema è la negazione di autonomia e di una soggettività indipendente
ai ricercatori, precari o di ruolo che siano, ma anche agli associati
come detto sopra. Questa situazione deriva dal fatto che l'università
italiana non ha saputo ancora adeguarsi agli standard internazionali di
valorizzazione della ricerca e alle relative modalità istituzionali di
funzionamento. Cordiali saluti.
Ugo Rossi
All'estero c'è mobilità
Rispondo
d'istinto alle considerazioni di Giulio Palermo riguardo alla
condizione/definizione di ricercatori in Italia. Premetto che scrivo
dall'estero e quanto dirò in seguito è frutto anche di un'esperienza
diversa da quella italiana. All'estero la mobilità è una regola del
mondo accademico. I ricercatori sono invitati a cambiare ambiente,
colleghi e temi di ricerca dopo qualche anno. Questo permette
esperienze diversificate e maggiori competenze oltre a ostacolare
meccanismi clientelari. Il sistema è basato un po' ovunque sulla
mobilità dei ricercatori e quindi ha sempre un'offerta disponibile.
Questo è possibile anche grazie alla quantità di denaro investito nella
ricerca a cui le imprese (i maggiori approfittatori dei risultati
scientifici e tecnologici) partecipano massicciamente, e ciò ha una
ricaduta sull'economia che trae vantaggio dalla sinergia con la
ricerca. E' questo circolo virtuoso che manca in Italia e le
responsabilità della politica sono solo marginali in mancanza di una
spinta da parte delle imprese, che come dimostrano le cronache degli
ultimi giorni, mirano a fare profitti risparmiando su sicurezza e costo
del lavoro. Ritornando alle lamentele dei ricercatori italiani, mi
sembra che la richiesta non sia sempre quella di una migliore qualità
della ricerca ma quella di una stabilizzazione (fine della precarietà)
nello stesso posto dove si sono laureati, hanno fatto il dottorato,
hanno vinto una borsa e ora sono in fase di cooptazione, sempre nel
caso il barone conceda questo privilegio. Si arriva così agli assurdi
che all'università di Firenze i docenti (associati e ordinari) sono più
dei tecnici e dei ricercatori da laboratorio. Le tasse degli studenti
di quella università stanno lì a dimostrarlo. Nascita e morte
(professionale) nello stesso posto sono una caratteristica tutta
italiana! Come lo è la mancanza di un meccanismo che controlli la
qualità di quello che si fa. Per quanto riguarda i concorsi, sono
un'altra finta italiana. Che il concorso sia truccato non è il più
grave dei mali perché un responsabile di un progetto credo che possa
scegliersi chi vuole. Il problema è che dopo nessuno gli chiederà conto
della sua scelta, nessuno andrà a testare la produttività dei suoi
figli, delle amanti e dei pupilli (questa è la gerarchia) che nel
frattempo ha assunto. E molti ricercatori italiani aspirano proprio a
essere quei pupilli alimentando e ricreando il sistema. In molti casi
(ma non in tutti) non hanno altra scelta. Nel caso che uno poi ce
l'abbia fatta, allora le condizioni di lavoro, la qualità, lo stipendio
allora possono davvero essere frustranti. Ma questa è una conseguenza
anche di un diffuso disinteresse sociale riguardo alla conoscenza, a
cui neanche tanti studenti in lotta sfuggono e che mi sembra che non
sempre pretendano di studiare di più e meglio. Accettare la complessitá
del problema sarebbe giá cominciare a risolverlo: scorciatoie non ce ne
sono.
Felice Simeone
Lutto
Giovedì
è morto Pierluigi Pedroni, papà della nostra collaboratrice Francesca.
Un affettuoso abbraccio a Francesca e alla sua famiglia da parte di
tutti noi del manifesto.